Galleria Antonia Jannone - Milano 2012

testo di Michele De Lucchi

La perfezione della materia de-industrializzata

Una volta si diceva: l’albero è vissuto molto, è diventato alto, un fulmine lo ha colpito, è seccato. Il contadino lo ha tagliato, ne ha fatto una trave del suo tetto. La pioggia lo ha bagnato, si è rotto, il contadino lo ha cambiato e una scala ne ha fatto. La scala per molto tempo ha funzionato, un giorno un montante si è spezzato e i pezzi sono diventati una staccionata, poi una gamba di una sedia e ancora un manico di un martello, fino a essere gettato sul fuoco per scaldare il contadino.

Oggi si direbbe: l’industria un bell’asse ha prodotto e lucidato, un commerciante lo ha venduto nel mercato, un’impresa lo ha acquistato, per molti anni lo ha usato, la Costanza lo ha recuperato e la Antonia lo ha presentato.

C’è tanto legno, tanta lamiera, tanto rame che viene usato senza particolari attenzioni soprattutto nell’edilizia, nella cantieristica stradale, nelle officine di città e che è materia naturale, semplice e povera, ma che in qualche maniera è passata per le mani dell’industria e del trasandato mondo urbanizzato delle città contemporanee.

E qualcuno può dubitare che sia una materia meno bella di quella agreste del vecchio contadino: affatto!

È materia bellissima, ancora più bella che mai, anzi, nello stato di suo più straordinario splendore. Non c’è cera più bella di quella che la patina della mano e del consumo costante e assiduo può produrre, non c’è colore più raro di quello che la luce crea con l’ossidazione delle superfici, non c’è rifinitura più preziosa di quella prodotta dal tempo.

E poi c’è una cosa in più: la mano, la mente, la filosofia, il gusto, la poesia della toscanaccia che tutto questo combina insieme nella maniera apparentemente più naturale in forma di mobili, sculture, arte, design e di cose che servono nelle case. Apparentemente, perché non si può fare facilmente senza mettere in campo sapienti doti compositive e la sensibilità di chi vede nella materia tutto quello che altri non vedono.

Michele De Lucchi

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